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Intervista a Stefano Turchi

martedì, 13 ottobre 2009

Toscano, di Grosseto. A vederlo sembra un gigante e in effetti lo è, ma è un gigante dal cuore buono. Ormai è uno dei personaggi principali del rally. Impossibile non notarlo. Quando si è seduti nel tendone del bivacco e non si sente la sua voce che racconta in moto simpaticamente colorito la giornata, tutti cominciano a chiedersi dove è finito. Stessa cosa accade al mattino, gira il bivacco salutando e svegliando tutti. Sarà forse la vita da caserma che lo spinge ad essere così a suo agio tra tante persone? Stefano fa parte di una squadra di pompieri sommozzatori.

Dopo un po’ che lo conosci, capisci che non è solo battute e sorrisi, ma una persona profonda e sensibile.

 Con che cosa baratteresti la vittoria del rally dei Faraoni?

Con nulla, la vittoria è lontana. È tardi per pensarci e sono consapevole delle mie possibilità. Forse se avessi iniziato a correre da ragazzo, sarebbe potuto essere diverso. Non miro alla vittoria.

 A cosa miri allora?

A conoscere i miei limiti, a dare il meglio di me, in base alle mie capacità. Rispetto alla prima volta che ho partecipato, ossia rispetto a due anni fa, sono molto cambiato ed è cambiato anche il mio modo di andare in moto. Definisco questi giorni “Passo manicomio” perché sei sempre con il gas aperto e freni all’ultimo momento. Sopra gli ostacoli passi e vai…fino a che ce la fai, passi sopra i sassi, i dossi, non ti importa di nulla. Fino a che la moto va.

 Preferisci seguire o essere inseguito?

Sono due cose diverse. Per andare forte bisogna seguire, e per essere inseguiti bisogna andare forte.     

Il tuo ambiente preferito è il deserto?

Ne ho due, il deserto e l’acqua. Mi piacciono tutti e due. Ci pensavo oggi quando ero sulle dune. Amo la sabbia e le dune. Le dune sono il terreno che amo di più. L’acqua è il mio elemento, mi sento leggero come una piuma, l’acqua annulla il peso…e ne ho bisogno!

 L’acqua annulla il peso e annulla i pensieri? Ti libera la mente?

Si, perché sei immerso completamente, non sei contaminato da suoni o rumori. C’è solo il tuo respiro.

 E nel deserto?

Qui ci sono altre cose, sento il rumore della mia moto…e poi qui ti colpisce non il silenzio, ma lo spazio. Si perde la dimensione a tal punto da non sapere dove sei, se sali o scendi, specie sulle dune. Ti viene addirittura il mal di mare, tutto è infinito. Perdi il senso dello spazio e del tempo.

 A cosa hai dovuto rinunciare per seguire il tuo sogno?

Anche se sono uno che ride e scherza e che tutti conoscono come casinista, in pochi sanno che mi mancano solo quattro esami alla laurea in veterinaria. Sono state le occasioni legate ai viaggi e alle moto a portarmi su altre strade. È una sorta di “cogli l’attimo”.

 Quanto è dura per quelli come te che amano questo sport e vivono all’ombra di Meoni?

Non si vive all’ombra di un personaggio come lui. È un punto di riferimento per tutti noi. Non ha mai fatto pesare agli altri quanto fosse speciale, non faceva ombra anzi era sempre disponibile ad aiutare, a consigliare e ad infondere passione a quanti come lui hanno dedicato il loro sogno nel cassetto al deserto. È stato un grande divulgatore di questa disciplina e se i giovani di adesso conoscono i rally è proprio merito delle persone come lui. Forse la lezione più grande che si possa ricevere da un maestro come lui è quella dove si impara ad usare il cervello insieme al polso.

 In merito ad usare la testa quando si va in moto, si sente la mancanza di una scuola o almeno di punti di riferimento?

La maggior parte degli enduristi sono autodidatti. A scuola si impara la tecnica, il resto devi mettercelo tu, cuore compreso. In base alla mia esperienza posso dire che è il tempo trascorso in moto che cambia il modo di guidare. Più tempo passi ad allenarti, maggiore sarà il feeling con la tua moto. La mia guida è diventata più concentrata e più aggressiva con il passare degli anni.

 Della tua esperienza cosa trasmetteresti ai tuoi figli?

Ho portato mio figlio, di sei anni, con me in un viaggio in Algeria. Certamente viaggiava in jeep e non in moto, ma appena poteva saliva subito sulla moto con me per andare fino in cima alle dune e poi farsi rotolare giù. Sicuramente ho trasmesso la passione per la moto. Tutti i bambini, da piccoli, sognano di poter fare il pompiere, ovviamente poi cambiano idea solo perché nessuno gli farebbe coltivare questa passione. Per me è diverso, non potrei mai non trasmettere la mia passione per la moto a mio figlio. Provate a dare una moto ad un bambino, credo che non ce ne sia uno sulla Terra che non farebbe salti di gioia.

8 Ottobre – Baharija-Sitra – Km 387

giovedì, 8 ottobre 2009

In viaggio da Baharya a Sitra.

Si parte alla volta del deserto, dopo una sveglia decisamente più morbida: le cinque.

Ci aspettano qualche centinaia di km nel nulla. Deserto e solo deserto, prima di arrivare a Sitra.

Partiti da poco, lasciati alle spalle i palmeti di Baharya, raggiungiamo il primo CP.

Si sente prima il rumore, come se la moto fosse già  a pochi metri, poi si intravede un punto scuro con una grande nuvola di sabbia alle spalle e dopo pochi attimi il pilota passa davanti a noi. Sembrano marziani in questo mondo irreale!

Ripartiamo. Makhmud è costretto più volte a fermarsi, affinché si possa fare le foto.

Lo sguardo si perde all’orizzonte: infinite distese di sabbia dalle sfumature del beige dorato al bianco.  Se si dovesse dare una forma al nulla…sarebbe questa. Il cielo sfuma nel beige all’orizzonte e tutto sembra senza limiti. Siamo nel Sahara!

Arriviamo ad un CP e ci fermiamo ad incitare i rallisti. Si riprende.

Stiamo viaggiando in mezzo al nulla, ci sono solo le tracce di chi è passato prima di noi. Niente strada!

La storia dell’uomo qui comincia nel Pleistocene, quando tribù nomadi si stabiliscono qui. Il clima era umido, vi erano laghi e paludi. Sembra impossibile vedendo le aride distese di oggi!. E prima ancora, in un tempo in cui l’uomo non esisteva, vi era il mare.

Quando Sabina la racconta alla giornalista americana, Cathryn, ed a Sandro di Sky2, sport che viaggiano con noi…strabuzzano gli occhi. E allora caccia un urlo “ARAG”, che in arabo vuol dire fermati! Il paziente Makhmud si ferma, così che tutti possano scendere. La superficie è coperta di conchiglie!

 Che scossoni! Ogni tanto sembra di saltare fuori dalla jeep o per lo meno di uscirne fuori con la testa.

Si vede proprio che siamo in una depressione, che è quella in cui si trova anche la famosa oasi di Siwa. 60 metri sotto il livello del mare.

Ecco che cominciamo a vedere qua e là in pieno deserto degli arbusti: come faranno a sopravvive viene da chiedersi. L’acqua c’è ma non si vede, corre sotto! È anche segno che ci stiamo avvicinando. Ecco Sitra con il suo lago salato! D’estate si prosciuga, lasciando affiorare il fondo rosso scuro e le marcite di sale.

La visione della grande tenda del bivacco è rassicurante. Ora non resta che attendere i nostri eroi.

Ecco che cominciano ad arrivare i primi e raccontano l’apocalisse! Dune alte, altissime, con sabbia molle. “Un percorso difficilissimo, il più difficile fino ad oggi – aggiunge Danilo Cucito, che corre nel Desertwins– una prova veramente da uomini duri”.

Certamente i nostri lo sono! Arriva anche Frederic. Xxxxx ha il ginocchio dolorante, gonfio e molto viola, ma tiene duro.

Fuori dal tendone ci saranno sicuramente più di 40  gradi e trovandoci accanto ad un lago c’è anche tanta umidità. Queste temperature non agevolano la preparazione della nostra zona campo.

Scarichiamo le casse dal camion e prepariamo la zona officina. Anche se i nostri piloti sono rientrati tutti a casa c’è ancora molto da fare. Le moto vanno sistemate anche se sembrano in ordine.

Stasera ospite d’onore della nostra officina è Roberto Boano che viene a sistemare il serbatoio di Frederic che è stato spaccato sul camion scopa.

Inutile confermare la bravura di Roberto

Anche la prova di oggi è passata, i nostri ragazzi, come tanti altri, cominciano a sentire la stanchezza. Non possiamo fare altro che ricordargli tutti i giorni che in loro risiedono i nostri sogni.

7 Ottobre – Imerio, cronaca di una giornata con il camion scopa

mercoledì, 7 ottobre 2009

Avete presente un bambino che passa davanti ad un negozio di giocattoli e vede in vetrina il suo robot preferito? Adesso aggiungeteci il suo stato d’animo quando scopre che proprio quel giocattolo si trova sotto l’albero di natale ed attende solo di essere scartato.

Quello che vedrete è il sottoscritto quando ha avuto la conferma di poter salire sul camion scopa.

Sono le 8 e 20 minuti e ormai tutti hanno lasciato il bivacco. Tutti tranne noi.

La preparazione prima della partenza è fondamentale, nulla va lasciato al caso, non dimentichiamoci che noi siamo quelli che soccorrono i caduti sul campo. Scusate se dico noi, ma per oggi mi sento veramente protagonista. Forse sarà la sensazione di stare seduti ad oltre due metri da terra. Dall’alto le cose sono diverse.

La pressione delle gomme è stata regolata per poter percorrere i primi 200km di trasferimento su asfalto prima di entrare con le gomme nella sabbia. Questa operazione verrà ripetuta più volte durante il giorno.

Sul camion con me, ci sono Giuseppe Belotti alla guida e Cristian Belotti come secondo. Li avevo già conosciuti qualche sera prima, quando abbiamo scaricato dal camion la moto del povero Frederic.

Cominciamo il nostro viaggio e subito cerco di sapere qualcosa di più di queste persone.

Giuseppe, mentre guida, mi parla del suo team composto da 11 persone, nato 12 anni fa, proprio mentre il Pharaons stava risorgendo grazie alle capacità di Cotto.

A quanto pare, nella zona in cui abita ci sono un bel po’ di persone che hanno partecipato alla Dakar. Proprio con queste persone, che del deserto hanno fatto la loro seconda casa, forma il suo team.

Durante il viaggio parliamo anche del suo camion, abilmente preparato da Cristian, che a quanto si dice in giro sarebbe capace di farti ripartire un auto in panne anche se questa non avesse più l’asse anteriore ( ed è successo solo due giorni fa ).

Mentre i kilometri e l’asfalto si consumano sotto le potenti ruote, tanto per essere precisi quasi 600 CV, Giuseppe continua a parlarmi della sue esperienze. Devo dire che non mi sazio mai di ascoltare queste storie.

Tra un racconto e l’altro scopro che nel lontano 1988 ha VINTO il Pharaon su un camion Perlini.

A questo punto vorrei solo inchinarmi e chiamarlo MAESTRO. Se poi aggiungiamo che ha partecipato e portato a termine 10 Dakar, allora a questo punto potrei anche svenire.

Il tempo sta passando velocemente, ci fermiamo ai vari CP dove conosco altri componenti del team di Giuseppe. Tra questi Rodolfo Panza, ex professore di archeologia, che adesso riempie di benzina i serbatoi dei concorrenti.  Subito ridiamo del fatto che ha passato una vita intera a studiare per poi finire benzinaio nel nulla. A quanto pare la passione per l’Africa, che lui gira con un camion adattato a camper, non ha limiti. Ma di Rodolfo ne parlerà Sabina in altre occasioni, merita sicuramente di essere approfondito.

A questo punto più di mezza giornata è già passata e non abbiamo dovuto soccorrere nessuno

Mi sento in difficoltà, non so se sperare che accada qualcosa o che la gara finisca almeno per una volta in modo più felice per tutti.

Giuseppe vorrebbe comunque portarmi in una pista, ma teme che possa capitargli qualcosa alle gomme o alle sospensioni. Il fondo di oggi non è particolarmente adatto alla sua configurazione.

Decidiamo quindi che se non è necessario passeremo la nostra giornata in attesa di una chiamata per intervento.

Ed ecco che proprio mentre stiamo rientrando lentamente verso il bivacco, squilla il telefono.

Un francese che corre la Classic è rimasto bloccato.

Si parte per il soccorso: Cristian segna le coordinate che riceve dal campo base sulla carta.

Ne approfitto subito e mi faccio insegnare come farlo. Scoprirò più tardi che è stato più preciso lui che il gps.

Mettiamo le gomme fuori dall’asfalto, Giuseppe guida il suo elefante su un fondo che proprio non gli piace, ma mentre lo osservo per capire cosa prova, ecco spuntare un sorriso sul suo volto.

Ci siamo, è sabbia, quella soffice, quella che se sei indeciso ti ingoia come farebbe una pianta carnivora col suo insetto.

Si ferma, scendiamo a regolare la pressione dei pneumatici portandoli ad 1 e mezzo, risaliamo sul mezzo e Giuseppe mi dice sorridendo: adesso devi solo tenerti ! Poi si rivolge a Cristian chiedendogli di far partire l’Ipod. Quest’uomo ha un Ipod collegato a casse esterne alla cabina.

Vuole che, quando soccorre qualcuno, lo sentano arrivare ancor prima di vederlo.

Dune di sabbia davanti ai nostri occhi, si sceglie la colonna sonora, Foxy Lady di jimi Hendrix.

Si parte! Guida questo bestione sulla sabbia in un modo spettacolare. Non avrei mai immaginato si potessero fare certe cose con un mezzo del genere. Intanto ci tiene a ricordarmi che quello che sto vedendo non è niente.

Superiamo la duna e dietro di essa vedo i due francesi con gli occhi spalancati. Capisco il loro stupore, si aspettavano la gru dell’ACI e si vedono arrivare un dinosauro che corre sulla sabbia con Jimi Hendrix seduto sul tetto.

Recuperiamo l’auto facendo in modo da riportarla semplicemente in gara senza caricarla.

A questo punto purtroppo dobbiamo tornare sull’asfalto anche noi.

Il tramonto è alle nostre spalle e proietta la sagoma del nostro mezzo davanti a noi.

Mentre proseguiamo in direzione bivacco, un paio di Jeep chiedono strada insistentemente e Giuseppe le lascia passare. Con il solo intento tuttavia di punirle della loro arroganza. Guardo Cristian perché capisco subito che sta per succedere qualcosa, lui risponde al mio sguardo con un sorriso. Mi volto verso Giuseppe che accende tutti fari a sua disposizione ( praticamente il sole ) sorride e schiaccia sull’acceleratore.

Adesso è lui che vuole strada e non conviene negargliela. Sorpassiamo gli altri mezzi ad una velocità che non posso comunicare: basti infatti pensare che bisogna leggerla sul gps perché è decisamente superiore a quella che può permettersi il contachilometri. Cristian è orgoglioso del suo lavoro di preparatore.

Un ultima sosta per qualche foto e poi rientriamo al bivacco.

Giuseppe vorrebbe portarmi con se anche domani perchè la pista è praticamente quasi tutta di dune, purtroppo ha già promesso una gita ad un cameraman.

Non so spiegare qual è la mia sensazione, posso solo dire di aver  scoperto che gli angeli custodi esistono ed io ne ho conosciuti DUE.

Grazie Giuseppe, grazie Cristian.

Imerio

Dedicato agli amici del Balai e ad Imerio

7 Ottobre – Danilo Cicuto su Sky Sport 2

mercoledì, 7 ottobre 2009

5 Ottobre – Sabina Malgora su Sky Sport 2 e…. una curiosità…….

lunedì, 5 ottobre 2009

4 Ottobre – Sabina Malgora su Sky Sport 2

domenica, 4 ottobre 2009

4 Ottobre – Cairo-Baharija – Km 410

domenica, 4 ottobre 2009

Il racconto di Sabina e Imerio:

Oggi è il grande giorno: si parte.

Nonostante tanti pensino che qui siamo in ferie, basta sentir suonare la sveglia alle sei per smentire queste voci.

In piedi e poi di corsa in sala colazione.

La sala è già affollata di piloti e tutti in pieno tiro (tuta, stivali, guanti…qualcuno anche con il casco tra le mani.

La tensione è palpabile già fin dalle prime ore del mattino.

I piloti sono tesi per la gara, emozionati all’idea di rivedere le piramidi e affrontare il deserto.

Ore 7.15: si caricano le jeep, si allestiscono i camion dei dottori e dell’assistenza.

Una Toyota Land Cruiser passo lungo, guidata da Akhmed, un simpatico egiziano che conosce solo due parole: Baharya e Siwa.

Il ritrovo per il via è a Giza.

Le piramidi sono sullo sfondo alle spalle, il deserto è davanti, negli occhi.

I piloti guardano con rispetto le evidenze del passato.

Il deserto occidentale si apre davanti a noi, con il suo territorio inospitale.

Da qui in poi le voci dei narratori si separano perché Imerio deve fare assistenza: giornata lunga e complicata…vi spieghiamo poi il perchè

Partiti i piloti, partiamo anche noi.

Chiudiamo gli occhi: il deserto prende vita e torna ad essere una savana , in cui gruppi di nomadi si muovono tra giraffe, leoni ed elefanti. Così era durante il paleolitico.

La desertificazione ha reso inospitale l’ambiente e spinto le popolazioni a radunarsi intorno alle fonti d’acqua. Sono le stesse che ancora oggi permettono la vita.

Il rally segue la via delle oasi, seguendo da vicino, forse le stesse vie che migliaia di anni fa altri uomini prima di loro hanno percorso.

Il primo stage della gara termina a Baharya, nota fin dall’antichità con il nome di “Oasi Settentrionale”.

E verso di lei ci muoviamo con gli occhi sempre puntati sul road book per seguire i piloti.

Dopo le tappe presso i CP, dove incontriamo i piloti affaticati ma soddisfatti, cominciamo a vedere le colline di calcare e arenaria, che si ergono nel deserto. Colline coniche che un tempo erano le isole del grande lago di epoca preistorica.. E oltre alla nostra destra le dune.

L’oasi si trova in una depressione lunga circa 100 km e larga 40 km., completamente circondata da alte scarpate di colore nero.

Lussureggianti piantagioni di palme da dattero macchiano di verde il deserto. E’ ricca di antiche sorgenti e pozzi.

Fin dai tempi antichi, l’oasi è stata un centro di produzione agricola e vitivinicola oltre che ricco di minerali.

Molta documentazione del periodo faraonico proviene dalla Valle del Nilo, in particolare dalla pitture delle tombe del Medio e Nuovo Regno. La nota mastaba del visir Rekhmire a Tebe, Sheik Abd el-Qurna (XVIII dinastia) conserva una scena dove genti dell’oasi settentrionale con gonnellini striati presentano tributi.

Un periodo di grande fioritura coincide con il Terzo Periodo Intermedio, con la dinastia Libica, quando l’oasi diventa una stazione importante sulla via che dalla valle andava verso il confine libico.

A partire dalla XXVI dinastia, cresce la sua importanza e l’oasi ha un governatore locale. A questo periodo risalgono le principali evidenze archeologiche.

Durante il periodo romano, fu una guarnigione.

La presenza di rovine romane e l’elaborato sistema di acquedotti, suggerisce che l’oasi fosse molto popolata.

Eccoci arrivati al campo, a sud-est di Bawiti. Non vi è nulla se non la grande tenda, che ospita la sala stampa, la sala per i cameraman, il ristorante, il fisioterapista…a fianco due grandi containers: uno per le docce e l’altro per le toilette.

Il sole comincia ad abbassarsi all’orizzonte, la luce ha un taglio particolare e tinge di rosso. La luna spunta…e sarà piena stanotte. Soffia un leggero vento al tramonto, accompagnato da un canto sottile che arriva da lontano per ricordare che è il momento della preghiera.

Si montano le tende!

DJ Ringo

giovedì, 1 ottobre 2009

Desertwins Racing Project si occuperà dell’assistenza alla moto di Rocco Anaclerio, alias DJ Ringo al Pharaons Rally 2009.

In bocca al lupo anche a lui e…………..DAJE GASSSSSSSSSS!!!!!!

 DJ Ringo sotto le piramidi al Pharaons 2009

DOMANI SI PARTE!!

giovedì, 1 ottobre 2009

E domani la carovana del Pharaons si sposta in Egitto.

Sul nostro sito potrai trovare ogni giorno dei report direttamente dal campo di gara, i nostri piloti e gli egittologi al seguito della gara ci invieranno ogni giorno foto e racconti.

Chi è Anubi…..

lunedì, 28 settembre 2009

Anubi è un Dio dalle sembianze di sciacallo, che può essere rappresentato con corpo umano e testa animale o con corpo animale. Guardiano delle necropoli, presiede ai riti di mummificazione e protegge il luogo in cui questi avvengono.

A lui si rivolgono formule magiche scritte sulle stele funerarie e sui sarcofagi per augurare al defunto una buona sepoltura.

Aveva numerosi titoli che testimoniano i ruoli della divinità e la sua complessa natura. Tra di essi:

  • “Colui che presiede al luogo dell’imbalsamazione
  • “Colui che è sulla montagna” intendendo la montagna ove erano scavate le tombe
  • “Colui della necropoli”
  • “Colui che è nelle bende” intendendo le bende funerarie ma dall’oscuro significato

I Greci lo assimilarono ad Hermes Psychopompos, ossia “Hermes che accompagna le anime”.

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Staatuetta di Anubi, Epoca Tarda (664-332 a.C.), legno dipinto.

Soprintendenza Beni Archeologici del Piemonte e Museo Antichità Egizie.

esposta in “EGITTO MAI VISTO”, Castello del Buonconsiglio, Trento fino all’8 novembre 2009.